FLOWERSmara ha graffiato il foglio alle ore 11:38

FLOWERSmara ha graffiato il foglio alle ore 12:03

Io e altre ragazze abbiamo in cantiere un nuovo progetto...scopri nella colonna del menù qui a finaco di cosa si tratta!!
FLOWERSmara ha graffiato il foglio alle ore 22:55
Improvvisamente
una brezza fredda mi urta il viso,
rivolgo gli occhi a est.
Si alza un muro di polvere argentea
copre le mie povere vesti,
corre verso il deserto.
L’ istinto che per un attimo mi fa trasalire,
il sentimento lungo un secondo nemmeno.
Il colore che abbaglia la vista,
il baratro che ritrovo un istante dopo.
FLOWERSmara ha graffiato il foglio alle ore 19:20
Si sciolgono in me tutti i nodi,
appaiono vie desolate ma liete,
conosco la mente di chi mi ascolta
non posso sbagliare a giudicare,
non posso gridare il mio nome.
Giuda.
FLOWERSmara ha graffiato il foglio alle ore 19:43
FLOWERSmara ha graffiato il foglio alle ore 21:00
Sul suo dito indice un anello d’argento.
Una decorazione barocca intagliata sulla lamiera circondava una piccola gemma d’ambra giovane, tutte le volte che indicava un oggetto quel monile luccicava di una luce particolare che gli attribuiva un valore immenso.
Aveva mani affusolate che sembravano quasi scheletriche, ma si muovevano sinuosamente e cantavano una dolce melodia quando tagliavano l’aria, sì, perché Lei parlava anche con i gesti del corpo.
Il polso era quello di una bambina, bianca come il latte la sua pelle, le braccia senza la minima peluria e disseminate di minuscoli nei che sembravano formare un certo disegno misterioso.
Ossute anche le spalle, ma larghe in confronto alla sua corporatura minuta, non stonavano nell’insieme perché parevano disegnate con una matita a punta finissima, i loro contorni erano impercettibili e la muscolatura faceva appena capolino tra le clavicole.
Aveva un collo da dama dell’Ottocento, lungo e chiarissimo, ornato da una collana d’oro bianco simile ad una catena dalla trama delicata. Un tatuaggio tribale seguiva la linea della carotide destra e terminava sotto il padiglione auricolare, era molto sensuale e lo sapeva sfruttare bene, Lei, questo.
Tutt’e due le orecchie erano colme di pendenti, anch’essi color argento, e l’attenzione ricadeva sempre su uno di questi che era a forma di freccia e aveva la punta completamente rossa.
Le guance morbide e vellutate, il naso alla francese e gli occhi color ghiaccio. Profondi come un pozzo di campagna, intensi come una scarica di corrente mi percorrevano il corpo da cima a fondo analizzando ogni mio particolare al millimetro. Il suo sguardo era sempre fisso, esaminatore, non perdeva nessun particolare, non le sfuggiva mai nulla.
Portava pantaloni di pelle e una canotta nera quando ci siamo trovate l’altra sera, i capelli bruni sciolti sulle spalle che le coprivano leggermente il viso.
Non era mai stata a casa mia; seduta subito sul divano cominciò a parlare della sua vita, ma non riuscivo ad ascoltarla, mi perdevo tra la pelle dei suoi pantaloni e la corrente delle sue espressioni.
Ero seduta di fronte a lei…
Credevo di non poter fare una cosa del genere, ma il mio desiderio era più forte della mia ragione.
Mi sono precipitata ai suoi piedi con la velocità di un felino contro le prede, la mia bocca tra la piega dei suoi pantaloni si agitava senza tregua. Le mie mani sotto la canottiera scoprirono un seno turgido e pieno, leggermente sudato, esplose in me un istinto animale che mi fece strappare quel pezzo di stoffa per lasciare spazio alla mia lingua vogliosa di assaggiare i sodi capezzoli che stavano ingrandendosi tra le mie dita.
Presi la bottiglia di spumante che sorseggiavamo prima e la premetti tra le sue cosce, tanto da farla urlare, non so nemmeno se di piacere o di dolore, ma non mi importava. Volevo solo soddisfare me stessa.
Con un coltello tracciai una linea di taglio sui suoi pantaloni, troppo difficili da rompere a mani libere, e insinuai la lingua nella fessura scoprendo con soddisfazione di aver graffiato anche le gambe e bevvi quelle gocce di sangue che spillavano dalle ferite.
Il gioco sembrava piacerle, ma non abbastanza da non avere paura dei miei gesti e non capivo se le sue smorfie erano di timore o di goduria.
Continuavo imperterrita con il mio rito erotico continuando a stimolarle il sesso con la lingua e con le dita premendo fortissimo all’interno della cavità bagnata. Finalmente vedevo in Lei salire quella voglia di godere così forte che superava anche i miei gesti più brutali e finiva per cadere in un vortice senza fine.
Ero invidiosa di non poter provare la stessa sensazione, volevo anche io avere la mia stupratrice, volevo anche io godere come stava facendo Lei…violentata.
Sentivo salire in me desiderio e rabbia, si eguagliavano e combattevano nella mia testa, nel mio sesso.
Per terra, sul tappeto, trovai il coltello con cui avevo tagliato i pantaloni, me lo rigirai tra le dita per qualche secondo e poi senza pensare troppo, con forza, glielo spinsi crudele nel ventre proprio quando mi ero accorta che il suo orgasmo stava per sopraggiungere.
Tre, quattro, cinque volte, sempre più profondo, sempre più forte.
Mi sdraiai sopra gli squarci sudici di furia, la strinsi forte a me e gridando, piansi.
La mattina dopo mi alzai con un cerchio alla testa incredibilmente doloroso, in soggiorno c’era una bottiglia di spumante brut rovesciata sul tavolino. Tutto era silenzioso, ma dentro la mia testa ancora un rumore assordante mi disturbava, ero stordita e provavo una sensazione di colpa che mi faceva stare a disagio.
Mi ripromisi di non sconvolgermi più pensando a mia sorella e soprattutto a quella Persona che così bestialmente l’aveva profanata portandomela via per sempre; so che non sarebbe servito a molto, ma almeno, ancora una volta, per una mattina uscii più leggera.